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28 | 07 | 2017
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Le origini sveve
Se la società italiana meridionale ha fornito nell’età medievale e moderna un contributo importante al progresso delle scienze, della cultura, della vita civile europea, è certo che quell’impresa ebbe nell’Università di Napoli la sua fonte, il suo progetto, la sua intensa fucina. La capacità, per vari aspetti mirabile, che il Mezzogiorno ha dimostrato nel superare condizioni esterne ed oggettive estremamente difficili e nell’esprimersi per secoli con grande dignità in molti campi del sapere, e specialmente nel diritto, fu in primo luogo dovuta al concorrere nell’Università delle più varie e diverse energie intellettuali ed al loro fondersi ed esaltarsi in quel fecondo crogiolo.
Napoli ne fu sede ben prima di divenire, quale capitale del Regno, il luogo d’incontro ufficiale degli interessi economici, dei gruppi etnici, delle idee politiche a sud dello Stato Pontificio. Infatti, il Pubblico Studio napoletano fu creato da Federico II di Svevia con la generalis lictera del 5 giugno 1224 al fine di svolgere funzioni specificamente politiche, istituzionali, oltre che culturali, ed in primo luogo giuridiche. La scelta della città partenopea, secondo alcuni suggerita dal giurista Roffredo Epifanio da Benevento - che era, peraltro, già nel 1220 docente di gran fama e imperialis et regalis curiae magister et iudex - fu dovuta ad esigenze evidenti e dichiarate: creare un centro propulsivo del pensiero civile capace di elaborare e sviluppare i princìpi fridericiani e ghibellini dell’organizzazione statale e sociale.
Essi erano stati di recente concepiti dal re svevo e dai suoi consiglieri in vantaggioso confronto con le “costituzioni” delle monarchie europee più avanzate, e rappresentarono un esempio e un modello decisamente precoce in Europa. E’ il caso di ricordare, a questo proposito, che i due statisti di gran lunga più eminenti ed influenti nella corte siciliana, coloro che maggiormente contribuirono a ideare quel progetto e che suggerirono gran parte della politica fridericiana, furono due giuristi campani di umili origini: il primo, il capuano Pier delle Vigne, istradò nella corte il secondo, Taddeo da Sessa.
È evidente ed assai stretto il nesso fra i tre accennati elementi di fatto: la fondazione a Napoli del Pubblico Studio, che divenne presto Generale; la presenza forte d’intellettuali campani nel governo fridericiano; il tentativo di realizzare uno Stato efficiente e accentrato, capace di attuare direttive politiche unitarie e coerenti.
È in un quadro siffatto di politica interna ed internazionale che il centro di studi napoletano apparve il più adatto, anche per la sua collocazione geografica, a contrapporsi, nello stesso tempo, sia agli ambienti culturali bolognese e padovano, sia alla sede romana del governo ecclesiastico. Già nella lictera del 1224 Federico, dopo aver magnificato i vantaggi che frequentando l’Università di Napoli si potevano conseguire - la nobiltà delle lettere, l’accesso ai tribunali, la ricchezza - e dopo aver indicato tra i sommi maestri dello Studio Roffredo da Benevento, “giudice e nostro professore di scienza civile, uomo di grande dottrina, di nota virtù e di fedele esperienza”, aveva concesso agli studenti la giurisdizione civile privilegiata, equi prezzi nei canoni per gli alloggi e facilitazioni per i prestiti in denaro. Dopo la metà del secolo, Corrado e poi specialmente Manfredi ribadirono quei privilegi, esaltando la scienza che “illumina le menti, [...] apre i tesori, crea un ponte verso le ricchezze, innalza le scale agli onori [...] solleva da terra il bisognoso, [...] lo colloca accanto ai principi”.

Il periodo angioino
Intanto le linee organizzative del governo fridericiano erano state espresse e sancite in un corpus assai complesso di leggi, che ha avuto poi dal secolo XIII sino agli inizi del XIX una funzione statutaria e costituzionale ininterrotta nel regnum Siciliae e nel regno di Napoli. Quelle origini assunsero un enorme rilievo non soltanto per la loro antichità, ma per la loro importanza in campo europeo. Si deve certamente ai precedenti normanno-svevi se in epoca angioina il giurista abruzzese Marino da Caramanico, nel commento alla legislazione fridericiana, poté esprimere - ormai da vecchio, intorno al 1280 - con la massima precocità e chiarezza, certo più tardi di qualche canonista, ma prima dei grandi legisti francesi di Filippo il Bello, i presupposti teorici e dottrinali su cui doveva fondarsi il potere legale principesco, idealmente derivato da quello imperiale, ma ormai da esso autonomo.
Ed infatti, durante il periodo angioino (1265-1443), nonostante il radicale mutamento delle posizioni dello Stato nei confronti della Chiesa ed il prevalere della parte guelfa, lo Studio di Napoli conservò i caratteri originari e si mantenne indipendente dal potere pontificio. Una delle prime disposizioni di Carlo I fu diretta non solo a ribadire le immunità ed i privilegi concessi dai re Svevi, ma ad accrescerli.
Significativa fu l’istituzione di un efficiente controllo delle autorità universitarie (il Giustiziere ed i suoi assessori) sulle assise napoletane, ossia sul prezzo delle vettovaglie. E’ il segno dell’importanza assunta dallo Studio nella vita anche economica della città, che si avviava a divenire capitale del Regno, secondo un moto centripeto testimoniato precocemente dalle disposizioni angioine sull’insegnamento: i divieti contro le scuole pubbliche funzionanti in altre città del Mezzogiorno, tranne Salerno per la medicina e Bari per il diritto ecclesiastico decretali); l’imposizione ai sudditi di venire a perfezionarsi negli studi e ad insegnare solo a Napoli; i tentativi di richiamare gli studenti perfino da Parigi e da Orléans.
È da notare che l’Università di Napoli aveva funzioni indirettamente politiche ed immediatamente scientifiche, ma non professionali. Essa infatti non rilasciava titoli di studio. I tre esami ed i tre diplomi in ordine crescente (baccellierato, licenza, laurea), che accertavano e dichiaravano l’apprendimento conseguito, erano compito di una commissione nei primi tempi nominata dal re, in seguito formata dal Collegio dei Dottori, organismo rappresentativo degli ordini professionali e come tale del tutto esterno all’Università. Esso fu riordinato al tempo di Giovanna II (1428) ed acquistò maggior rilievo con l’attenuarsi dell’intervento regio.
Per il suo carattere ab origine pubblicistico, statualistico e regalistico, per la stretta dipendenza della sua organizzazione dal potere principesco, lo Studio di Napoli si contrapponeva sia alle Università dei professori (come ad esempio Parigi), sia a quelle degli studenti (come Bologna), tutte più o meno direttamente collegate al patrocinio pontificio, ma espressione più diretta della vita comunale e sociale. Da ciò le difficoltà nei rapporti fra le altre Università e lo Studio napoletano. Da ciò il sentimento assai alto della sua particolarità e delle sue origini imperiali. Da ciò la perfetta rispondenza nei primi due secoli tra funzioni dell’Università e caratteri dello Stato, al cui servizio essa fu rilevante strumento culturale. Da ciò l’assoluto primato del diritto fra le discipline che vi erano insegnate e che durò del tutto incontrastato nell’epoca angioina. La scientia juris era seguita a distanza dalla medicina, dagli studi letterari e dalla teologia. Quest’ultima era considerata a parte e affidata al magistero monastico, svolto nei conventi.
In quello dei Domenicani, a San Domenico Maggiore, insegnò infatti per poco tempo il più famoso e più illustre degli intellettuali campani del Medioevo, Tommaso d’Aquino. Carlo I lo richiamò da Parigi a Napoli alla fine del 1271, ma il filosofo ripartì del gennaio 1274.
Straordinariamente numerosi furono in epoca angioina i grandi giuristi, che ebbero spesso nel medesimo tempo funzioni eminenti di statisti e di magistrati: molti furono anche coinvolti di persona nel Pubblico Studio, altri rimasero estranei all’insegnamentoufficiale. Tra i «regnicoli» sono da ricordare almeno i due maggiori, Bartolomeo da Capua ed ndrea d’Isernia, ed anche Andrea Bonello da Barletta, Marino da Caramanico, Biagio da Morcone, Luca da Penne.

Il periodo aragonese
Con l’ingresso in Napoli di Alfonso d’Aragona (26 febbraio 1443) ebbe inizio per il Pubblico Studio una fase difficile, che si protrasse molto a lungo, ben oltre la svolta dal Medioevo all’età moderna. Assai precocemente la vita dell’Università registrò un fatto nuovo: che da allora in poi non sarebbe stato più univoco, pieno ed intenso l’accordo tra il centro del potere regio e la sede ufficiale della cultura giuridica. Da un lato la corte si mostrava sensibile specialmente alle suggestioni letterarie, poetiche ed artistiche, ispirate al mondo antico, secondo i gusti recenti dell’umanesimo.Lo stesso Re Magnanimo non nascondeva, inoltre, una particolare predilezione per la teologia, mentre i primi seri dubbi sorgevano sul valore oggettivo del diritto. Dall’altro lato i giuristi, colpiti dalla crisi teoretica ed etico-religiosa del mondo medioevale, fiaccati dalla critica che la filologia umanistica rivolgeva contro i testi sacri della tradizione del diritto romano invalidandone il carisma, a stento creduti da una cultura ormai più incline ad apprezzare il successo terreno che i rigori etici e formali del diritto, incominciavano ad arroccarsi nelle magistrature, accentuavano le loro propensioni pratiche, s’adoperavano a realizzare nell’amministrazione e nella giurisdizione un potere che fosse efficace di fatto, tanto quanto si avviava ad essere, ormai, meno legittimato di diritto.
L’Università entrava così, almeno per le discipline giuridiche, in crisi.
Chiusa per la guerra, fu riaperta con una cattedra di teologia nel 1451, otto anni dopo la conquista aragonese. Ed invece subito Alfonso aveva creato la Regia Accademia e il Sacro Regio Consiglio: la prima divenne poi l’Accademia Pontaniana, il secondo fu per oltre un secolo la massima istituzione giurisdizionale del Regno, l’organo che con il suo nascere segnò il salto di qualità dalla curia regis medievale alla corte di giustizia in senso tecnico.
Poco più tardi l’attività didattica dello Studio fu di nuovo interrotta, e riprese in pompa magna nel 1465 con due Bolle di Papa Paolo II, a cui Ferrante I s’era rivolto per porre l’Università di Napoli, come tutte le altre d’Europa, sotto la protezione pontificia. Come si sa, prevalevano nelle decisioni del re interessi politici assai spregiudicati, dai giuristi mal compresi ed avversati. Nel riordinamento del 1465 perse spazio il diritto a vantaggio di visioni più varie, diversificate ed ampie del sapere. Nasceva il divorzio tra l’insegnamento romanistico ed una cultura giuridica ora particolarmente attenta ai riti, alle consuetudini, al diritto feudale, alle decisioni dei tribunali ed al funzionamento dell’apparato, al suo potere e alle sue garanzie.
Anche nell’insegnamento del diritto si tendeva ad affermare il primato della prassi. «Omnia alia sunt fantasia in scientia nostra», si legge nell’annotazione di uno studente a margine di un manoscritto coevo.
La stampa a caratteri mobili, introdotta a Napoli nel 1473, rivoluzionò metodi e strumenti della didattica, l’immagine stessa e l’essenza della cultura. E subito si segnalarono due giuristi e docenti che furono tra i maggiori del tempo, non solo nel Mezzogiorno: Paride Dal Pozzo pubblicò i Riti della Vicaria, e poi il De Syndicatu; Matteo d’Afflitto inaugurò a Napoli uno specifico insegnamento di diritto feudale e contemporaneamente scriveva il suo Commento ai Libri Feudorum, pubblicato molto più tardi. Eppure quando, il 25 gennaio del 1494, la morte risparmiò a Ferrante I di conoscere il lungo periodo di guerre che avrebbero travolto il Regno, l’insegnamento nell’Università era già da tempo interrotto.

Il Cinquecento e il Seicento
Lo Studio riprese le sue attività solo nel 1507, quando ormai a Napoli non risiedevano più stabilmente il re e la sua corte: la città era ancora capitale, ma non più di un regno indipendente. Tale nuova situazione - che si protrasse per oltre due secoli, fino al 1734 - era tuttavia destinata ad accelerare fortemente il rafforzarsi dell’apparato amministrativo-giurisdizionale, nei cui confronti si allontanavano e perciò attenuavano le direttive ed i controlli.
Il ceto giuridico si poneva con più forza al centro della vita civile, quale strumento di mediazione degli interessi tra feudalità e società, tra aristocrazia del sangue e popolo, tra Corona e Regno napoletano, tra Stato e Chiesa, tra cultura e potere: di quest’ultimo, intanto, con tecniche sottili e nascoste, con modi sommessi, sempre più i «legali» si appropriavano. Ne risultava determinante il primato delle magistrature maggiori e si aggravavano le tendenze centripete, ma aumentava il divario tra la capitale e le province, affidate in gran parte al governo feudale. La gran testa napoletana cresceva su di un corpo sempre più esile.
Eppure sotto un governo di giuristi colti fioriva la vita civile, si animava la circolazione del pensiero, valori, questi ultimi, sgraditi al governo spagnolo. Riuscì al Toledo - di gran lunga il più energico tra i Viceré - di abolire le Accademie e di espellere dal Regno gli Ebrei; ma né lui, né altri prima e dopo di lui, poterono instaurare a Napoli il terrificante congegno giudiziario che in altri domini del Re Cattolico aveva intimamente piegato la società, la cultura, le stesse magistrature, al controllo della Corte: l’Inquisizione «all’uso di Spagna». Perciò, sotto una parvenza di dura servitù allo straniero, nonostante la pressione continua, minacciosa e devastante dell’Islam, e malgrado che la pirateria nordafricana e dalmata rendesse precaria la vita lungo le coste dell’intero Mezzogiorno e ne rovinasse ogni commercio, il Cinquecento ed il Seicento furono per Napoli secoli di grande produttività, innanzi tutto in campo giuridico, ma anche letterario, poetico, artistico, filosofico.
D’altra parte la crisi degli insegnamenti giuridici nelle Università, la caduta delle remunerazioni e del prestigio subita dall’intero corpo docente, furono fenomeni comuni a tutti i grandi Stati d’Europa e corrisposero alla crescente autorità delle maggiori corti di giustizia e degli apparati, al loro liberarsi da ogni giogo e controllo - sindacato, responsabilità personale del giudice, motivazione delle sentenze -, all’espandersi del potere e dell’arbitrio ministeriale.
Non meraviglia, perciò, che anche l’Università si sia piegata ai voleri del «dispotismo legale», i cui quadri nascevano e si selezionavano solo formalmente nelle scuole pubbliche, in realtà nelle private, spesso tenute dagli stessi docenti dello Studio e per essi molto remunerative. Perciò fallì presto il tentativo spagnolo, sperimentato nel 1616, di far valere anche a Napoli gli statuti che nell’Università di Salamanca vigevano fin dal 1561. Lo Studio fu sistemato in una sede propria, fuori le mura della città, in luogo adatto ad accogliere persone - come allora si pensava - turbolente, dov’è ora il Museo Nazionale. Ma norme più rigorose nei concorsi, efficaci controlli, apparivano ai «togati» soluzioni pericolose dal punto di vista ideologico, convenienti da quello economico. Trionfavano le scuole private, che il titolo accademico del docente vantavano come uno dei pregi, ma non il maggiore. E tuttavia lo Studio era l’occasione per far affluire nella capitale le future leve dell’apparato, e come tale era strumento di diffusione culturale e di coesione politica per il ministero togato.
A questo fine serviva tener distinto l’insegnamento teorico, antiquario e formalistico, impartito nell’Università e tutto fondato sul Corpus Juris e sul diritto canonico ed ecclesiastico, da quello pratico, casistico e sostanzioso delle scuole private. I motivi di questa bipartizione sono evidenti. In primo luogo si evitava di dare alla polimorfa, mutevole, sovente dimessa esperienza quotidiana del diritto la forma statica, il tono solenne di una vera scientia, quale era richiesto dai canoni aristotelico-scolastici, allora imperanti nell’insegnamento ufficiale. Inoltre non era il caso di rivelare a tutti gli arcana juris in un Pubblico Studio, su cui ancora efficaci erano le possibilità di controllo spagnole e romane. Il Prefetto degli Studi, o Cappellano Maggiore, era pur sempre un ecclesiastico e, almeno durante il secolo XVII, fu sempre uno spagnolo. Dunque, diritto romano (Istituzioni, Codice, Digesto), diritto canonico (Istituzioni, Canoni, Decretali), ma niente storia, né civile né ecclesiastica, niente filosofia o diritto naturale: situazione, peraltro, comune a gran parte delle Università d’Europa, ed anche alle maggiori (si pensi, ad esempio, a quella di Parigi).
Segni eloquenti della contrapposizione tra insegnamenti dogmatico-concettualistici-antiquari e discipline tendenti alla formazione dinamica del giurista (e perciò legate all’attualità pratica e teoretica, all’economia, alla filosofia, alla storia moderna), si riscontrano nella stessa torre d’avorio dell’Università seicentesca. La sola cattedra de feudis era tradizionalmente affidata, a Napoli come in altri Studi d’Italia, a giuristi pratici: a «qualche Grande Avvocato», oppure ad «alcun Ministro dei più dotti dei Tribunali». Ma le lezioni si tenevano solamente la domenica, e concorrevano ad ascoltarle «i primi Avvocati dei Tribunali ed anche Ministri del Supremo Grado». Così scriveva nel 1714, in un suo progetto di riforma, il giurista Filippo Caravita, ed aggiungeva che “le lezioni più importanti, come son quelle degl’Istituti, si leggono dagl’infimi Cattedratici, e più deboli, quando dovrebbero leggersi da’ Primari e più provetti; [...] i giovani, non trovando il loro conto a studiare le Istituzioni nel Pubblico, si contentano più tosto pagare, e vanno da Lettori privati».
D’altra parte era pressoché senza eccezioni l’abuso di «leggere per Sostituto», ossia di nominare supplenti.
Non fu un caso, perciò, che - a parte ifeudisti (e valga per tutti il nome di Marino Freccia) - i grandi cultori del diritto “vivente” non insegnarono nell’Università: basti ricordare Scipione Rovito, Carlo Tapia, Giambattista De Luca, Francesco D’Andrea, Gian Vincenzo Gravina, Pietro Giannone.

Il Settecento
Un forte impulso, anche se poco produttivo, verso il rinnovamento dell’Università si verificò già nell’ultima fase del governo viceregnale, dal 1707 al 1734, sotto il governo degli Austriaci, quando, a seguito della rivoluzione scientifica, gli stessi giuristi avevano sentito l’influenza delle scienze naturali e specialmente dell’economia, e si erano aperti ai suggerimenti della cultura e del pensiero critico francese.
Fu, appunto, degli afrancesados il maggior impegno a riformare ed a far funzionare le istituzioni universitarie, ed in genere a promuovere una nuova politica. Già nel 1714 si chiedeva qualche spazio nel corso degli studi pubblici al diritto recente, al jus Regni, che non ne aveva alcuno, e così pure alle discipline penalistiche (o, come si diceva, criminalistiche), ugualmente del tutto trascurate.
Più tardi l’interesse si rivolse anche alla storia ecclesiastica ed al diritto naturale, quali materie decisamente pubblicistiche, e all’indirizzo innovativo e critico. Ed intanto Gaetano Argento difendeva dalle ingerenze romane la Real Giurisdizione, Pietro Contegna s’adoperava a far funzionare l’unica biblioteca aperta al pubblico, quella di Sant’Angelo a Nido, Pietro Giannone descriveva, nell’Istoria civile del regno di Napoli (1723), le vicende e la fortuna del ceto intermedio e dei “legali”, Giambattista Vico pubblicava (1725), con la Scienza Nuova, la sua opera più fortunata.
Nel 1732, per timore di altri candidati decisamente anticurialisti e ben più agguerriti, la corte romana fu costretta adacconsentire che venisse nominato alla carica di Cappellano Maggiore - da cui dipendeva anche la Reggenza dell’Università - Celestino Galiani, un monaco pugliese, matematico insigne, socio delle più famose accademie d’Europa, il maggior sostenitore in Italia delle teorie newtoniane. Ma solo nel 1735, nel nuovo clima realizzato dall’indipendenza nazionale offerta da Carlo di Borbone, egli riuscì ad avviare la riforma dell’Università. Il palazzo degli studi (oggi Museo Nazionale) era stato dagli Austriaci adibito a caserma: fu restaurato e nel 1736 vi ritornò l’Università, che a lungo si era dovuta adattare negli angusti locali di San Domenico Maggiore. Furono introdotti insegnamenti più rispondenti alle esigenze del tempo, come fisica sperimentale, storia ecclesiastica, diritto patrio, a scapito delle discipline tradizionali.
Il diritto naturale incominciò a fare la sua comparsa come «lettura gratuita»: ma molti ritenevano che quel diritto fosse «il fonte e la sorgente delle buone leggi [e] della Ragion pubblica» e «occupar dovrebbe il primo luogo tra tutte le cattedre di Giurisprudenza». Più tardi, nel 1754, Bartolomeo Intieri, un intelligentissimo matematico e banchiere toscano di umili origini, trapiantato a Napoli da giovane e da decenni totalmente inserito nella vita della città, istituì a sue spese la cattedra di commercio, una delle prime in Europa, un insegnamento che oggi diremmo di economia politica: fu affidato, per volere del mecenate, ad Antonio Genovesi, il creatore della scuola illuministica napoletana, ma poi tacque a lungo dopo la morte di lui.
L’illuminismo, intanto, aveva portato alle estreme conseguenze gli orientamenti già espressi dalla rivoluzione scientifica, ed aveva profondamente svalutato gli studi giuridici tradizionali che, per sottrarsi alle accuse più dirette, si erano rifugiati nell’antiquaria. La società civile - pur in mancanza di strumenti ed apparati rappresentativi, ossia politici e non meramente tecnici di mediazione - aveva ora acquistato nuova consapevolezza dei suoi diritti ed esigeva che le istituzioni «togate» esistenti, per un verso accettassero di essere controllate, ossia semplificassero, codificassero e rendessero trasparenti i loro riti, per un altro aggiornassero la loro preparazione culturale in rapporto agli interessi economici, politici, storiografici, filosofici radicalmente mutati negli ultimi decenni.
La minaccia investiva stavolta l’intero impianto della mediazione patriarcale ed arcana, tutto l’Antico Regime. Perciò alle resistenze accademiche contro ogni novità si sommarono, con l’illuminismo, le comprensibili difese delle magistrature e di gran parte dei «legali» che si vedevano spodestati e soppiantati da poteri politici, istituzionali, culturali diversi.
E tuttavia a Napoli gli afrancesados avevano per tempo rinnovati e resi rigogliosi alcuni rami dell’antica scientia juris. Non furono in maggioranza i giuristi capaci di superare gli angusti interessi professionali, e non molti si cimentarono contro l’arroccamento antiquario ed in favore di una scienza nello stesso tempo giuridica, economica e sociopolitica: ma furono i migliori, coloro che sono rimasti nella storia della cultura italiana. Nel 1777, dopo l’allontanamento di Tanucci dal governo, l’Università fu trasferita nell’edificio del Salvatore, già sede dei Gesuiti (che erano stati espulsi dal Regno dieci anni prima) e fu attuata un’ulteriore riforma, ispirata ai principi genovesiani: tra l’altro, fu istituita la cattedra di diritto naturale. Certo è che, più o meno direttamente, dalla scuola di Genovesi uscirono le menti giuridiche più fervide e più produttive: Filangieri, Galanti, Delfico, Capecelatro, Zurlo, Conforti, Pagano, Tommasi, e tanti altri, che illustrarono l’intera civiltà meridionale del Settecento.
Molti di loro caddero per la vendetta borbonica che fece seguito alla rivoluzione del 1799: furono allora divelti gli alberi della Libertà, e soppressi cento tra i più alti ingegni di cui disponeva il Regno, ma non fu stroncata l’antica pianta della cultura giuridica meridionale, che rifiorì rigogliosa nel secolo XIX, nonostante le enormi difficoltà poste ora da una dinastia che aveva perduto il consenso degli intellettuali e gran parte della sua legittimazione giuridica.

Il primo Ottocento
Napoli rimase a lungo, durante tutto l’Ottocento, il maggiore centro italiano di studi, di pubblicazioni, di traduzioni, di aggiornamenti scientifici sui problemi del diritto. La cultura giuridica aveva nel Mezzogiorno radici storiche lontane e profonde, tradizioni d’influenza istituzionale e di potere politico consolidate e robuste; ma, innanzi tutto, aveva la sua larga base di reclutamento sociale in una borghesia dalle inclinazioni non tecniche né imprenditoriali, ma burocratiche e culturali umanistiche.
Perciò, dal punto di vista politico-istituzionale gli eredi migliori dell’antico ceto togato - Tommasi, Poerio, Ricciardi, Giuseppe de Thomasis, Nicola Nicolini, Liberatore, Magliano, Giustino Fortunato senior, Giovanni Manna - cercarono di salvare il meglio delle istanze e delle riforme illuministiche anche nell’età della Restaurazione e fondarono una scienza del diritto amministrativo che fu all’avanguardia in Italia. Dal punto di vista più specificamente scientifico, l’eclettismo della scuola napoletana, la sua sensibilità verso le tematiche filosofiche, economiche, statistiche, sociologiche, in particolare amministrativistiche e pubblicistiche, la sua antica esperienza politica e di governo, furono caratteri che fecero a lungo da ostacolo al ritorno delle visioni dogmatiche e formalistiche, antiquarie e concettualistiche che si andavano affermando, per influenza della cultura tedesca, con la Pandettistica e con il Sistema di Savigny.
Erano gli ultimi segni di quella cultura ariosa, recettiva, comparativistica, problematica, rigorosamente autocritica, attenta alla prassi ed ostile ad ogni dogmatismo e a tutti gli astrattismi, che si era affermata con la rivoluzione scientifica ed era stata espressa dal sistema aperto, sperimentale e didascalico della grande Encyclopédie.
Certo le spinte verso il innovamento avevano avuto uno sbocco rapido, tumultuoso negli anni del breve governo francese: allora, con un decreto dell’ottobre 1806, corretto per merito di Giuseppe Capecelatro nel 1808, fu disposta la riorganizzazione dell’Università di Napoli, e la ripartizione dei suoi insegnamenti in cinque Facoltà, prima fra esse quella giuridica. Altri progetti e decreti di riforma si susseguirono in quegli anni: con il Capecelatro, vi lavorarono Ricciardi, Cuoco, Delfico, Manzi, Zurlo, Galdi. Ma dopo il «Decennio» 1806-1815, durante la Restaurazione, non si ebbe il mero ritorno al passato: anzi la centralità di un apparato amministrativo profondamente riformato nei suoi significati ideali e costituzionali, ed il fiorire degli studi di diritto pubblico interpretarono assai bene l’esigenza ormai diffusa d’intendere in modo nuovo il rapporto Stato-società.
Di fronte a questo progetto, solo apparentemente di natura tecnica, ma carico di forti significati politico-costituzionali, la Monarchia fu costretta progressivamente ad arretrare. E tuttavia essa sottovalutò il carattere irreversibile della svolta illuministica, che aveva portato a svalutare le funzioni giuridiche del ministero togato ed a demolire gli antichi strumenti tecnici della mediazione: perciò s’illuse che il crollo del rapporto Stato-società avrebbe dato via libera al paternalismo dei sovrani, e piena legittimazione al loro assolutismo.
L’alternativa e lo scontro costituzionale erano, dunque, nei fatti. La rottura, nonostante il forte impegno dei giuristi e dei filosofi diretto a ricucire una trama di libertà civili e politiche, divenne insanabile dopo il 1848 e coinvolse i migliori, che scelsero l’esilio o vi furono costretti: basti ricordare Pasquale Stanislao Mancini - che fu fondatore in Italia della moderna scienza del diritto internazionale, divenne docente dell’Università di Torino, educatore dei monarchi sabaudi e loro ministro - , Antonio Scialoja, Giuseppe Pisanelli, Roberto Savarese, Emilio de Meis, Francesco De Sanctis, Paolo Emilio Imbriani, Bertrando e Silvio Spaventa, Enrico Pessina. E se l’insegnamento pubblico ne ebbe a subire le ovvie conseguenze, fiorirono le scuole giuridiche private, che erano (come scrisse De Sanctis) «padrone del campo» e produssero (lo confermò Luigi Settembrini) «un immenso beneficio» nella capitale e nelle province.

L'Unificazione Italiana
Dopo l’Unità, furono proprio alcuni fra gli esuli meridionali or ora indicati a dare il maggiore contributo alla cultura di governo. Essi riuscirono a far prevalere aspirazioni giuridiche ed orientamenti scientifici che erano stati elaborati dalla cultura napoletana, specialmente nelle scuole private, non solo durante la prima metà del secolo, ma già prima, a partire dalla fine del Seicento. Ed infatti, subito dopo il plebiscito dell’ottobre 1860, le riforme realizzate da Francesco De Sanctis in pochi giorni rinnovarono profondamente I’Università di Napoli, ed in particolare la Facoltà di Giurisprudenza, le cui cattedre furono accresciute di numero, affiancando alle antiche discipline, specifiche della tradizione medioevale ed umanistica, altri insegnamenti in gran parte nuovi e che rispondevano ad esigenze più moderne: diritto costituzionale, amministrativo, internazionale, commerciale, pubblico, comparato, filosofia, storia del diritto. Furono richiamati a Napoli i migliori docenti ed abrogate le ingiuste norme, emanate di recente, che vietavano agli studenti di venire dalle province nella capitale. La riforma svuotò le scuole private e fece affluire nell’Università di Napoli - secondo il De Sanctis - «dieci o dodicimila studenti». Essi costituirono di per sé già allora un serio problema specialmente di fronte alle resistenze ecclesiastiche e borboniche, che utilizzavano ogni difficoltà e tutti i malcontenti nella speranza d’imporre il ritorno allo status quo.
Ma intanto era proprio il centro propulsore della cultura meridionale ad entrare in crisi. Napoli - come si è detto in principio - aveva durante molti secoli assorbito e raccolto in sé la parte migliore delle energie intellettuali ed economiche del1’intero Mezzogiorno e le aveva esaltate e moltiplicate presentandosi, grazie ad esse, come un centro straordinariamente vitale e vivace, il più produttivo a sud delle Alpi nell’ampio settore delle discipline giuridiche. L’interrompersi improvviso di quell’afflusso, la concorrenza vicina della capitale romana, verso cui si rivolse l’immigrazione intellettuale e burocratica del Mezzogiorno e della stessa città di Napoli, avviarono un ciclo involutivo la cui coscienza si pose di per sé (ed ancora si pone) come un pesante ostacolo a progredire.
Tutto ciò fu aggravato da difficoltà interne della cultura giuridica italiana, che si manifestarono proprio in quei decenni. Già a partire dagli anni quaranta la sinistra hegeliana aveva denunciato con estrema chiarezza l’illegittimità di ogni assetto politico fondato su mediazioni meramente formali del rapporto Stato-società. Tali apparivano non solo le antiche forme tecnico- giuridiche, ma anche i primi ed assai imperfetti meccanismi elettorali ed istituzionali rappresentativi. La nuova denuncia, che riecheggiava ed aggravava quella illuministica, costrinse gran parte dei giuristi a rinchiudersi nello specifico del diritto, e ad ispirarsi o al sistema logicodogmatico della Pandettistica e di Savigny, o agli arcaici, vari, ed ormai insoddisfacenti modelli della «separazione» tecnicopositivistica, o ad entrambe le soluzioni, ma quasi sempre lungo itinerari assai lontani dalla storia moderna, dalla filosofia, dalla economia, dalla vita politica.
Quell’arroccamento contrastava con gli antichi caratteri della cultura giuridica napoletana, da secoli avvezza ad interpretare in modo autonomo l’intero progetto sociale. In realtà, sul finire del secolo XIX e nei primi decenni del XX, appariva assai difficile conciliare il vecchio ed il nuovo, una scienza sempre più tecnico-dogmatica e le aperture della società verso le correnti politiche ostili al formalismo. Alcuni tra i maggiori esponenti della scuola che si disse perciò economico-giuridica finirono per produrre non una sintesi, ma un’incoerente giustapposizione dei due termini, da cui ebbero origine, durante il fascismo, gli analoghi coacervi corporativi.

Questi ultimi decenni
Nel secondo dopoguerra la fine del fascismo, l’affermarsi di un’intensa circolazione internazionale delle idee e dei modelli di organizzazione sociale e giuridica, i frutti graduali e preziosi dell’appassionato dibattito e della rovente dialettica politica all’interno del Paese, hanno determinato una svolta nel modo di pensare dei giuristi. Profondi mutamenti si sono verificati nell’oggetto e nei metodi delle varie discipline, sia in quelle che hanno scopi prevalentemente formativi e teorici (le romanistiche, le storiche e le filosofiche), sia negli insegnamenti di diritto positivo. Ma innanzi tutto è complessivamente cambiato il rapporto tra le influenze culturali esterne. Si è riaffermata, così come era avvenuto nel primo secolo della rivoluzione scientifica, la prevalenza della cultura anglosassone su quella tedesca, la cui parte migliore aveva già subito durante il nazismo, anche in Germania, la diaspora oltre confine ed oltre Oceano. Si sono dissolte e sono rapidamente crollate in questi ultimi anni le sintesi mitologiche e dogmatiche di origine idealistica, che per reagire al positivismo, avevano favorito il trionfo delle ideologie a danno dei fatti. Prevalgono ora modi di pensare più empirici, modi di vedere attenti alle realtà contingenti e concrete. Il mondo rivela appieno, come non mai, la sua natura irriducibilmente, estremamente varia, dinamica, problematica. I suoi cambiamenti appaiono prevedibili solo a chi possiede un’assoluta, spregiudicata, attentissima disponibilità a coglierne i segni precoci al di là di ogni preconcetto, di ogni prevenzione, di ogni fedeltà al già dato, al già visto, al già pensato. Mai come in questi ultimi anni è apparso chiaro che il giurista non ha il compito di custodire strutture dogmatiche e schemi formali già posti da sempre, ma deve, anche dal punto di vista teorico, ogni giorno ridisegnare la sua attività creativa e costruttiva ben dentro il tessuto sociale in rapido divenire. Per raggiungere questi obiettivi la Facoltà ha provveduto, in ottemperanza ai D.M. 30.3.98 e 16.10.98, all’istituzione del secondo corso di laurea. Inoltre, in attuazione della convenzione tra la nostra Università e l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, ha istituito un percorso formativo che si conclude con il conseguimento della Laurea in Giurisprudenza.
Nel giro di due secoli ed anche meno, tra spinte in avanti troppo rapide ed arretramenti disastrosi, il giurista ha compiuto per intero la grande svolta che ha ridisegnato la sua fisionomia e le sue funzioni: da sacerdos juris a ingegnere sociale.